Lezione 5

Le tre caratteristiche fondamentali

Durante la nostra pratica, ci sono spesso ostacoli, come la tensione nelle gambe, sensazioni sgradevoli, dolore (sensazione molto sgradevole), spiacere verso di esso (avversione), e diveniamo tesi e ci muoviamo invano per ottenere sollievo. Utilizzando i Quattro Fondamenti della Consapevolezza, si può osservare questo nel modo che segue:

Tensione: il corpo.
Sgradevolezza, dolore:
sentimento.
Spiacevolezza, avversione:
stato mentale.
Tensione con conseguente movimento:
condizionamento.

Se vediamo chiaramente queste componenti del processo totale, la sofferenza diminuisce o scompare. In questo modo il nodo si districa, o meglio, la corda che ci lega si scioglie. Districamenti simili possono avere luogo in modo simile di fronte ad oggetti desiderabili nella nostra coscienza, in combinazione con piacere e lussuria. In questo modo, durante la pratica si può dover ‘districare la corda‘ di molte catene che ci tengono imprigionati. Si può fare questo con pazienza, analizzandole una per una, stando per almeno alcuni momenti su ciascun fondamento. Ciò porta sollievo. Ad un certo punto, e noi ora discuteremo di questo teoricamente e in seguito ciò dovrà essere verificato nella pratica, possiamo sentirci ‘vuoti’. Le catene erano in qualche modo un ‘imprigionamento mentale’. Allo stesso tempo, sempre più catene emergono così che il processo di discioglimento guadagna velocità. Si può osservare che la mente è un processo impersonale di componenti aggrovigliate, che vanno e vengono molto rapidamente. Questo può creare una forte avversione. In quel momento si percepiscono le tre caratteristiche fondamentali dell’esistenza (in realtà della coscienza):

instabilità – sofferenza – non se.

Altre parole che descrivono l’esperienza: caos – nausea – assenza di controllo.

A causa della visione nitida si possono vedere tutti questi processi. Sono reali, non immaginati: ci sono molti processi mentali e fisici nella nostra mente e nel cervello. Sapendo che questa esperienza può avere luogo, si è in qualche modo preparati. Ma ora la parte più sofferente dell’esperienza deve essere addomesticata (non conquistata). Questo può essere fatto in un modo simile al modo in cui si impara a fare surf con il mare che è instabile e le onde sono fuori controllo. In un primo momento si ha una forte avversione contro l’esperienza. Ma, osservando in modo acuto, un surfista esperto vede le onde arrivare e scivola su di esse. Finché non abbiamo addomesticato le onde, ovvero le tre caratteristiche, cerchiamo di nasconderle attraverso sentimenti compulsivi, pensieri, azioni. Siamo assuefatti a questo operazione di nascondimento, e questa dipendenza ha molti effetti collaterali malsani. Questo è ciò che sta dietro la Seconda Nobile Verità. Questa è la notte oscura dell’anima di cui parla San Giovanni della Croce, che è citata da Jung come oscurità interiore, ed è nota anche per gli esistenzialisti. A causa dei meccanismi di difesa psicologici si può arrivare allo stadio delle tre caratteristiche solo dopo qualche tempo.

Non si può dire che l’ego’ esiste, né che non esiste. L’ego è un processo costituito da input, apprezzamento, e azione, a seconda dei pensieri e degli stati mentali. Noi lo reifichiamo, ovvero lo immaginiamo come una cosa, e quindi ci identifichiamo con questa cosa. L’Homo Sapiens è molto bravo nella reificazione dei processi in cose. La propagazione delle increspature sull’acqua si chiamano onde, e diciamo che si muovono verso la riva. Ma nessuna goccia d’acqua va alla riva, c’è solo uno spostamento del processo. Ora, osservando le caratteristiche di non-permanenza e non sè, il nostro condizionamento fa sì che la mente sia in una fase di allarme: la reificazione del nostro agire come oggetto sostanziale non funziona più. Purtroppo questo nella vita quotidiana spesso viene gestito da reazioni sintomatiche, come sentire, pensare, e fare tutte quelle cose che costituiscono la nostra ‘personalità’. Questi hanno notevoli ‘effetti collaterali’, sotto forma di sofferenza.

La reazione corretta, che consiste nella pratica diligente dell’Ottuplice Sentiero, ha un effetto veramente liberatorio. Utilizzando la disciplina rinforzata (con la giusta intenzione e comprensione, e la conseguente vigorosa, ma al tempo stesso dolce, pratica della denominazione descritta nella lezione 3) si continua la pratica. La meditazione seduta e quella camminata, con i suoi momenti di rilassamento, portano equanimità. Possono arrivare fasi di ansia, sensazioni di pericolo, e disillusione. Se trattati bene, usando i metodi delle lezioni precedenti, è possibile gestirli e, infine, si può arrivare ad una fase di serenità. L’esatta quantità di tempo necessario dipende dalla personalità di colui che medita. In caso di traumi minori del passato, arrivare alla fase di equanimità potrebbe richiedere più tempo e sarà necessaria pazienza. Aver raggiunto la fase equanime è una tappa importante nel processo di decondizionamento. Questo lavoro può essere fatto meglio in un ambiente sicuro come quello offerto da un ritiro di meditazione. Le tre caratteristiche vengono trasformate in quello che in seguito fu chiamato nel Buddhismo Mahayana

non-permanenza – Nirvana – non sè.

Attraverso la cessazione del desiderio compulsivo (Nirvana) per il controllo, si è decondizionati. Entrambe le versioni delle tre caratteristiche sono simili, in funzione del punto di vista da cui le si osserva: in presenza o assenza di desiderio.

Per diminuire la sofferenza causata delle tre caratteristiche la strategia cosi detto mind-object method (MOM) [solo in Inglese] è relevante.

Note. 1. Alcune persone hanno una tendenza latente alla psicosi. Per loro è consigliabile non praticare in un ritiro vipassana più intenso, in quanto può innescare la psicosi. 2. Lo stesso consiglio vale in caso di traumi irrisolti importanti. Poi un percorso psicoterapeutico preliminare e/o la meditazione diretta a gentilezza amorevole e a compassione può essere consigliabile. Per questo motivo le persone in trattamento psichiatrico o che assumono farmaci psicoattivi dovrebbero entrambi avere il permesso del loro psichiatra per seguire un ritiro intensivo e discutere con l’insegnante di meditazione se la partecipazione è consigliabile. 3. Le tre caratteristiche, se affrontate bene, non portano alla dissociazione. Questo perché tutti i fenomeni mentali rimangono visibili, mentre in una dissociazione clinica alcune componenti di coscienza e il suo stato non sono più accessibili. I fenomeni delle tre caratteristiche sono considerati come portatori di disidentificazione, un primo passo importante verso la rottura della dipendenza dall’ego. 4. Il filosofo americano Ken Wilber afferma (come ipotesi) che molte persone con problemi mentali abbiano piuttosto crisi spirituali (come quelle legate all’avvicinarsi alle tre caratteristiche); egli aggiunge che non bisogna fare l’errore di considerare tutti i problemi clinici, crisi spirituali. Ricerche sulla coscienza possono eventualmente determinare la correttezza di questa ipotesi di vasta portata.

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